Pensiero a pedali

We animals. Noi (e gli) animali secondo Jo-Anne McArthur

Jo-Anne McArthur è una fotografa professionista vincitrice di vari premi e riconoscimenti internazionali. Dal 1998 fotografa animali e il risultato del suo lavoro può essere visto sul sito We animals, un archivio con migliaia di foto che testimonia l’interazione dell’essere umano con le altre specie.

Ogni cultura crea solitamente una distinzione psicologica e culturale tra gli animali che meritano o no rispetto: pensiamo a come i cani e i gatti vengono spesso umanizzati, mentre gli altri possono essere utilizzati indiscriminatamente al pari di macchine inanimate.

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Foto di Jo-Anne McArthur

Le foto di Jo-Anne McArthur aspirano a creare una connessione empatica con tutti quegli esseri viventi i cui i diritti vengono sacrificati a beneficio dell’essere umano. Negli sguardi degli animali fotografati è possibile vedere la paura, lo stress e la sofferenza che chiunque di noi proverebbe nelle stesse condizioni.  Grazie alle immagini di Mc Arthur, quelli che fino a un momento prima erano considerati semplici numeri, si trasformano in esseri viventi che desiderano come qualsiasi umano protezione, compagnia e la possibilità di non provare dolore.

In molti casi i suoi scatti mostrano l’incapacità della nostra specie di provare empatia. Ciò è particolarmente evidente nei reportage nei grandi parchi acquatici: le  sofferenze degli animali imprigionati sembrano invisibili alla folla, al contrario divertita e vociante per lo spettacolo da essi offerto.

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Foto di Jo-Anne McArthur

Pur riconoscendo la forza visiva delle sue foto e l’impatto che potrebbero avere sul pubblico, molti giornali finora sono stati riluttanti a pubblicarle. Visto che quelle foto chiamerebbero direttamente in causa le abitudini dei lettori, sono pertanto considerate disturbanti. Se le foto di vittime innocenti da una zona di guerra non comportano nessun senso di colpa per le nostre coscienze, al contrario il legame tra le foto di McArthur e le nostre abitudini quotidiane, dal cibo che mangiamo agli abiti che indossiamo, è decisamente più difficile da negare. E provare empatia per quelle vittime innocenti significa guardare dentro di noi e riconoscerci come i mandanti indiretti di quelle sofferenze.

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Foto di Jo-Anne McArthur

Il recente documentario “The ghosts in our machine” ha per protagonista Jo-Anne McArthur e ne offre un ritratto a tutto tondo molto interessante. La vediamo prepararsi per entrare in azione per dei set fotografici in allevamenti intensivi con lo spirito di una reporter di guerra, ma soprattutto è possibile ascoltare alcune riflessioni legate al suo lavoro. Quando scatta delle foto in un capannone a degli animali dietro una gabbia, tutto ciò che può fare è testimoniarne le sofferenze, con la speranza che i suoi scatti contribuiranno a metterne fine. Ma la fotografa sa che quell’essere vivente ritratto nella foto sarà sacrificato e il suo sguardo, le sue sofferenze, le sue grida e il suo fantasma non la lasceranno sola. Non a caso nel documentario McArthur ammette di soffrire di disturbi post traumatici da stress secondario, tipici di chi è stato testimone impotente di violenze.

Ad ogni modo il progetto We animals e il libro da esso tratto offre anche speranza. Le sue immagini ritraggono anche i cosiddetti santuari, luoghi dove gli animali salvati dall’industria dell’allevamento o da altre forme di sfruttamento possono vivere liberi e fare da ambasciatori per i loro simili meno fortunati, così come l’energia degli attivisti che cercano di cambiare le cose. Finora più di cento organizzazioni animaliste e ambientaliste hanno utilizzato i suoi scatti per le loro campagne . Se il movimento per i diritti animali si sta espandendo sempre più, lo dobbiamo di certo anche ai suoi sforzi.

Link:

http://www.weanimals.org/

http://www.theghostsinourmachine.com/

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