Pensiero a pedali

Freeganismo. Una storia in prima persona

freegan

Originariamente pubblicato sul numero 12 della rivista Funny Vegan.

A molti capita durante una fase della propria esistenza di mettere in discussione le proprie abitudini. Nel mio caso, c’è stato un momento in cui ho avuto bisogno di rendere la mia vita quanto più frugale e critica possibile. Per questo, dopo un periodo di riflessione sulle mie esigenze e sui miei consumi, mi sono poco a poco avvicinato al movimento freegan. Per chi non avesse mai sentito questo termine, freegan è una parola composta da free (gratis) e vegan. È freegan colui che con spirito anti-consumista decide di recuperare e mangiare quel cibo ancora perfettamente commestibile che è stato scartato per questioni estetiche o perché troppo prossimo alla scadenza.

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Se si tiene conto che nel percorso dai campi alla tavola più della metà del cibo prodotto finisce tra i rifiuti, mentre ogni anno le famiglie europee buttano via alimenti ancora commestibili per un valore pari a 100 miliardi di euro, forse non è un’impresa così difficile. Ma in pratica, come funziona? Nel mio caso, al tempo vivevo in Portogallo e mi “rifornivo” presso un supermercato della catena Pingo Doce. Ogni giorno verso l’orario di chiusura due dipendenti portavano fuori in strada due cassonetti usati esclusivamente per i loro scarti alimentari, separati dentro delle grosse buste di plastica nera a seconda della tipologia. Per esempio la carne non veniva mai mischiata con la frutta o con il pane. Dopodiché si trattava solo di frugare e scovare ciò che faceva al proprio caso. Non mancavano mai banane e ortaggi non più adatti agli standard di perfezione del supermercato, torte e pane. Il resto era sempre una novità, il che rendeva tutto molto simile a una caccia al tesoro. Una volta degli amici hanno recuperate dieci chili di praline di cioccolato fondente. Spesso non riuscivo a credere che certi prodotti fossero considerati inadatti alla vendita, bastava magari una piccola ammaccatura su una melanzana o un taglietto in una confezione per renderli tali. Solitamente prendevo per uso personale tutto ciò che era vegan e qualche prodotto caseario da regalare.

Le prime volte da freegan per me non sono state affatto facili. Bisogna infatti liberarsi dal senso di vergogna e della sensazione che stiamo facendo una cosa disgustosa. Non è facile rovistare nel container di un supermercato e sentirsi indifferenti alle occhiate dei passanti, a volte di compassione, a volte di disprezzo. Tuttavia la convinzione che la vera vergogna fosse destinare quel cibo alla discarica mi è servita per continuare. Solitamente arrivavo una mezzoretta prima dell’uscita dei container. Non ero mai da solo ad aspettare: c’erano persone che come me lo facevano per questioni etiche, mentre altre si trovavano là per bisogno. Riconosco che l’attesa di un cassonetto non suona molto poetica, ma ho bellissimi ricordi di quei momenti passati tra persone così diverse ad aspettare, chiacchierare e a condividere storie di vita.

Ho riflettuto molto sulla mia esperienza freegan. Chi si trovava fuori dal Pingo Doce per bisogno avrebbe continuato a rovistare se non fosse stato più necessario? Con tutta probabilità no. Se per me la liberazione stava nel trovare un cavolfiore immacolato negli scarti di un supermercato, per loro probabilmente consisteva nell’entrare dalla porta d’ingresso e poterlo comprare. Chi si allontana dal sistema spesso lo fa perché ne ha la possibilità, mentre chi ne sta ai margini non desidera altro che farne parte. Per certi versi, il mio desiderio di frugalità era un bene di lusso. Dopo un certo tempo, il supermercato iniziò a spargere candeggina dentro i container, come se non sopportassero l’idea che i loro scarti fossero riutilizzati. È davvero frustrante pensare a tutta l’energia, l’acqua e le risorse necessarie per produrre del cibo che poi sarebbe stato deliberatamente reso inservibile.

Poco a poco ho smesso di mangiare freegan, anche se di tanto in tanto continuo ad avere la curiosità di frugare nei container dei supermercati. Non smetto mai di stupirmi davanti a ciò che trovo. Malgrado abbia conosciuto professori universitari, giornalisti e altri professionisti decisamente insospettabili praticare freeganismo, in Italia è socialmente poco accettato. Ma nel caso siate interessati a provare per conto vostro, ecco alcuni piccoli consigli.

Se possibile, è sempre meglio essere accompagnati da un’altra persona. Oltre che farvi sentire più sicuri, sarà decisamente più divertente. Quando non sapete dove vengono collocati i prodotti scartati, appostatevi prima della chiusura e studiate i movimenti attorno al supermercato da parte dei dipendenti. Inoltre, non è il caso di dirlo, usate abbigliamento che non vi preoccuperete di sporcare. Se non riuscite a vedere bene dove mettete le mani, usate dei guanti e una torcia. Prendete solo cibo della cui freschezza siete sicuri al 100%, ma soprattutto prendete solo ciò di cui avete bisogno: altre persone potrebbero passare dopo di voi. Lasciate il luogo della ricerca più pulito di come l’avete trovato e siate gentili se doveste confrontarvi con passanti, dipendenti o polizia. Ricordatevi che non state rubando, state frugando tra oggetti altrimenti destinati a una discarica. Una volta a casa, pulite per bene tutto ciò che avete raccolto. Se invece non vi va di frugare in un cassonetto, esiste un altro modo di mangiare freegan: andate in un negozio di frutta e verdura o presso gli stalli di un mercato ortofrutticolo prima della chiusura del fine settimana e chiedete ai venditori se possono donarvi della frutta o della verdura che il lunedì sarà ormai invendibile. Anche questa opzione è un po’ impegnativa, infatti conosco alcuni freegan che preferiscono di gran lunga frugare dentro un cassonetto piuttosto che chiedere personalmente a un venditore. Alcuni verdurai potrebbero essere poco gentili e disponibili, mentre altri saranno felici di non dover buttare del cibo. Inoltre se siete onesti nello spiegare la filosofia dietro la vostra richiesta, potrebbero essere inaspettatamente ben disposti. Ad ogni modo, cercate di non prendere senza dare niente in cambio. Procurarsi del cibo senza spendere soldi è infatti solo uno dei mezzi per vivere in modo freegan, ma non è di certo il fine ultimo. Una mia amica per esempio ottiene gli scarti di un negozio  di frutta e verdura e ricambia con vasetti di marmellata o torte salate realizzate a partire da ciò che ha ricevuto. Il suo è forse l’esempio più chiaro del vero intento di questo stile di vita: vivere in modo più frugale e solidario. Esiste infine un altro modo ancora per mangiare freegan: raccogliere dalle nostre città e campagne tutto ciò che la natura ci offre gratuitamente: asparagi, fichi, more, mele, limoni, castagne, quanti di questi prodotti crescono liberamente non lontano da casa nostra? Ma soprattutto, quanti frutteti potrebbero essere creati dalle amministrazioni comunali in modo da produrre frutta a costo e chilometro zero per i cittadini? Esempi di questo tipo si stanno sviluppando sempre più; il più grande è probabilmente Beacon Food Forest, una foresta urbana di ben tre ettari nella città di Seattle. Intanto sul sito web Falling fruit potete trovare segnalazioni da tutto il mondo di spazi urbani dove procurarsi della frutta gratis.

Per concludere, non dimenticatevi che così come il veganismo non è solo una scelta alimentare, lo stesso si può dire del freeganismo. Per ciò che riguarda l’abbigliamento, esistono vari modi per vestirsi e avere dei capi nuovi senza comprarli Il cloth swapping è un evento molto popolare in Europa e consiste in feste dove i propri vestiti possono essere scambiati con quelli dei propri amici. Infine in molti spazi alternative viene creato un cosiddetto free shop, un angolo dove è possible trovare abbigliamento, libri e molto altro in forma totalmente gratuita.

Per approfondire sul tema:

Food not bombs

food not bombs Food Not Bombs è uno dei movimenti rivoluzionari più diffusi negli Stati Uniti. In Europa è ugualmente presente, mentre in Italia esistono ancora poche realtà. Food Not Bombs è nato negli anni ’80 da un’idea molto semplice: raccogliere prodotti destinati a essere scartati da panetterie e negozi ortofrutticoli e utilizzarli per cucinare del cibo vegan da distribuire gratuitamente e pubblicamente. La differenza tra Food Not Bombs e una mensa per i poveri è quella che passa tra solidarietà e carità. In FNB le decisioni vengono prese per consenso e manca volutamente una gerarchia, inoltre si fa in modo che i suoi frequentatori non stiano ad aspettare passivamente un piatto di zuppa, ma partecipino attivamente alle decisioni e alla preparazione dei piatti. Food not Bombs cucina spesso durante manifestazioni e proteste ambientaliste o contro la guerra. Chiunque può creare autonomamente un collettivo Food Not Bombs nella propria città.

Last minute market

Last Minute Market è una società nata nel 1998 dall’idea di alcuni docenti dell’università di Bologna. L’obiettivo è far incontrare la domanda di cibo da parte di enti no-profit e caritatevoli con l’offerta di prodotti invenduti o non commercializzabili da parte dei supermercati. LMM offre supporto nel campo sanitario, logistico e fiscale nell’attivare
progetti comunali, provinciali o regionali di questo tipo. Oltre ad aver creato il primo osservatorio nazionale sugli sprechi, negli ultimi anni LMM ha ampliato il proprio raggio d’azione e ha sviluppato progetti che favoriscono il riutilizzo di medicinali, libri e altri articoli. Andrea Segrè è il volto più noto dietro LMM ed è autore di vari libri sul tema dello spreco alimentare.

A ilha das flores

“A ilha das flores” (L’isola dei fiori) è un documentario brasiliano del 1989 dall’umorismo corrosivo, che segue il percorso di un pomodoro dal campo alla discarica. Nel mezzo c’è il nostro sistema economico con il suo consumismo e le sue disuguaglianze. Il tutto raccontato in soli 13 minuti. Il cortometraggio è considerato tra i cento migliori del ventesimo secolo. Si può trovare facilmente su internet con sottotitoli in italiano.

Homeless veggie dinner

Spesso i vegani vengono accusati di occuparsi solo di animali e non essere sensibili a tematiche vicine alla sofferenza umana… ma siamo proprio sicuri che sia così? Sicuramente la salute dei nostri amici animali ci sta a cuore, ma non per questo siamo meno interessati al nostro prossimo. Chi abbraccia una filosofia di vita che si basa sul rispetto di tutte le forme di vita che ci circondano, semplicemente non guarda a quale specie appartiene prima di decidere se vale la pena dare una mano laddove sia fattibile. Una conferma arriva anche dall’iniziativa Homeless Veggie Dinner, nata grazie ad Adam, di origine croata e trasferitosi a Berlino. Qui ha iniziato a organizzare delle cene vegetariane e vegane per i senzatetto. Per ogni ospite pagante una persona povera può mangiare gratuitamente e in base a questo meccanismo e alle donazioni di bar e ristoranti che hanno messo a disposizione cibo e bevande, Adam e il suo gruppo è passato da sessanta persone al giorno delle prime cene, ad oltre 250 ospiti. Una bella iniziativa, che permette di fermarsi un attimo e fare due chiacchiere con una persona che solitamente vediamo solo chiedere aiuto per strada e difficilmente riusciamo a prestarle attenzione, anche solo per più di un minuto. Durante queste cene si crea la possibilità di ascoltare le loro storie, capire le loro motivazioni e sgretolare almeno un po’ il divario umano che spesso si crea tra abitanti dello stesso quartiere e che fa crescere la diffidenza e le paure che sono molte volte ingiustificate, verso chi si trova a vivere situazioni diverse dalle nostre. L’iniziativa di Adam ha contagiato anche due ragazze olandesi e di Amsterdam e dovrebbe partire anche a Varsavia.

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This entry was posted on June 9, 2015 by in Iniziative, Storie and tagged , , , , , , .
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