Pensiero a pedali

Scalo marcia. Tra downshifting e ritorno alle campagne

Pubblicato originariamente sul numero 14 della rivista Funny vegan

Il downshifting è un fenomeno che negli ultimi anni inizia ad affermarsi sempre di più anche in Italia. Questo termine inglese, che tradotto in italiano significa più o meno scalare di marcia, si riferisce alla decisione di vivere vite più semplici, rinunciando magari a un maggiore prestigio sociale e a uno stipendio sostanzioso.

Il trend del downshifting  si è sviluppato inizialmente negli anni ’90 tra coloro che occupavano incarichi importanti e con grandi responsabilità. Lo status e i lauti guadagni, per molti di quei professionisti, non ricompensavano da un ambiente lavorativo competitivo e stressante che lasciava solo delle briciole di tempo da dedicare alle proprie passioni, alla famiglia o agli amici. La soluzione? Riappropriarsi della propria vita e delle proprie giornate, accettando di vivere più modestamente e lontani dal modello del “più lavori, più guadagni, più t’indebiti”. Nel frattempo questa tendenza è andata affermandosi anche all’interno della classe media e impiegatizia e tra i giovani precari. Il downshifting è diventato ormai quasi un elemento generazionale: chi è nato negli anni ’80 sa che anche facendo grandi sacrifici e lavorando sodo, difficilmente sarà in grado di raggiungere gli stessi risultati materiali dei propri genitori. In molti casi, questa convinzione porta a un ridimensionamento delle proprie aspirazioni e a scelte dettate più dalla passione che dall’interesse. In Giappone, paese la cui economia è già da tempo in recessione, la generazione dei ventenni viene chiamata Satori, parola che nella filosofia buddista indica la libertà dai desideri materiali e la ricerca di verità essenziali. Non si tratterà di una nuova generazione di illuminati, ma è sicuramente una meno attratta da lussi, viaggi e auto costose, con mete e traguardi decisamente più modesti.

Ma come fare a liberarsi dalla gabbia di un lavoro che ci rende infelici e ci ruba il tempo e le energie che invece potremmo usare per realizzare i nostri sogni? Simone Perotti ha scritto due libri sul tema: Adesso Basta – Lasciare il lavoro e cambiare vita e Avanti Tutta – Manifesto per una rivolta individuale (entrambi pubblicati per Chiarelettere), in cui racconta la sua esperienza di downshifter e raccoglie testimonianze e consigli di persone che sono riuscite a cambiare vita, guadagnando meno, ridimensionando le proprie necessità ma riprendendosi indietro il proprio tempo. Per chi ci sta pensando sul serio, vale la pena leggerli.

Ritorno alle campagne

La crisi economica ha infranto per sempre la speranza delle nuove generazioni di avere un futuro fatto di comodità e benessere. Ciò ha portato molti giovani a cercare nuove vie e alternative per superare le incertezze del presente. E lavorare la terra è diventato di colpo attraente, soprattutto tra persone che per titoli e percorsi di vita erano destinate a fare tutt’altro. La generazione dei nostri genitori aveva ben chiaro che lavorare la terra stanca e spesso dà poco in cambio. Per questo quando ha potuto, è stata felice di emanciparsi dall’agricoltura. Invece per le nuove generazioni che cercano di scappare da un mondo competitivo ed individualista, il ritorno alle campagne può sembrare una romantica soluzione e via d’uscita. Ma la realtà della vita dei campi potrebbe essere ben diversa e meno idilliaca di come si pensi. Ecco qui le storie di tre persone che hanno cambiato vita e si sono avvicinate all’agricoltura, in modi diversi tra loro.

logan

Logan Strenchock

Logan Strenchock è un ragazzo statunitense laureato in ingegneria civile, con una specializzazione nella costruzione di autostrade. Dopo la laurea ha lavorato per un anno per il dipartimento dei trasporti pubblici della Pennsylvania, dopo il quale ha deciso di lasciare il suo lavoro. Ha poi realizzato un master in Analisi strutturale dei monumenti e dell’edilizia storica tra Padova e Barcellona e ha preso un altro titolo in scienze ambientali presso l’Università CEU di Budapest. Da allora vive nella capitale ungherese e coniuga in modo abbastanza inusuale lavoro intellettuale e fisico: per due giorni alla settimana è il responsabile dell’ufficio ambiente e sostenibilità dell’università CEU e si occupa di promuovere pratiche virtuose tra gli studenti. Altri due giorni alla settimana lavora nei campi di una fattoria biodinamica a una quarantina di minuti dalla capitale ungherese, mentre nel fine settimana si occupa di  vendere gli ortaggi prodotti in due mercati contadini.

Perché hai deciso di cambiare vita?

Pur studiando ingegneria e lavorando nel settore, sono sempre stato molto interessato al tema dell’alimentazione e a come l’agricoltura biologica può creare degli eco-sistemi sani. Vivere negli Usa ti porta a riflettere molto sul tema, vista la pessima qualità del cibo prodotto. Ho abbandonato il mio lavoro perché volevo realizzare qualcosa che mi facesse sentire più utile socialmente. Purtroppo negli USA c’è una grande pressione sociale che rende difficili scelte di questo tipo, anche per via dei prestiti universitari. Per un neo-laureato indebitato le scelte dettate più dal cuore che dal guadagno sono spesso troppo rischiose e anche i più entusiasti devono confrontarsi con  la realtà e accettare il primo lavoro che capita. Ad ogni modo ho la sensazione che sempre più giovani scelgano strade coraggiose e si dimostrino più interessati all’impatto sociale del proprio lavoro piuttosto che a un tornaconto personale.

Cosa hai guadagnato e perso cambiando vita?

Cambiando vita ho rinunciato a una maggiore sicurezza economica e a quelle che sono considerati i vantaggi di un posto sicuro, avere dei risparmi e via dicendo. Cose positive, ma che da sole non bastavano ad assicurarmi una maggiore felicità. Ho invece guadagnato rapporti più genuini con le persone e il luogo in cui vivo. E il fatto di vivere tra persone con valori e idee simili alle mie fa sì che mi senta parte di una comunità pronta a sostenermi e ad aiutarmi se avessi bisogno.

Per molti lo studio o il conseguimento di un titolo di studio è un modo per emanciparsi dai lavori manuali e di scarso prestigio. Perché hai volontariamente deciso di lavorare nei campi? Cosa trovi d’interessante nella combinazione di  lavoro intellettuale e fisico?

Quando una persona è totalmente concentrata sulla sua carriera, c’è poco tempo da dedicare alle abilità pratiche, e ancora di meno per garantirsi un certo grado di autosufficienza, attività che invece considero importanti. Se fossi completamente dedito a una solo lavoro mi mancherebbe qualcosa. Certo dividersi tra due occupazioni così diverse può essere anche frustrante, visto che fraziona il tuo tempo e le tue energie.

 Hai la sensazione che ci sia maggiore interesse verso l’agricoltura da parte dei giovani ? Cosa diresti a chi vuole avvicinarsi a quest’attività?

Sicuramente c’è una maggiore attenzione riguardo il cibo che mangiamo e come viene prodotto. Ma c’è una bella differenza tra l’essere più consapevoli sulla nostra alimentazione, magari avere un pezzettino di terra e coltivare un orto, e invece pensare di mantenere una famiglia con l’agricoltura. Vivere della terra è un’attività rischiosa e non è adatta a tutti, anche perché richiede molte abilità: un bravo agricoltore deve anche essere bravo nel marketing e nella vendita. Insomma, essere contadini è un’attività da prendere seriamente e senza ingenuità, c’è bisogno di molto lavoro e di molto studio. Se dovessi dare un consiglio a una persona interessata, suggerirei di provare prima a lavorare o aiutare in una fattoria per una stagione, in modo da capire si è portati.

Qual è la differenza tra gli agricoltori di un tempo e quelli di oggi?

Oggi i piccoli coltivatori vanno incontro a grandi difficoltà, a causa della pressione da parte dell’agroindustria e della grande distribuzione. Le reti di distribuzione locale sono state disintegrate e indebolite e c’è una grande penuria di mercati locali. I contadini oggigiorno devono imparare a essere più creativi e  resilienti, solo così riescono a sopravvivere.

 

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 Devis Bonanni (Pecoranera)

Devis Bonanni è nato e cresciuto nelle Alpi carniche del Friuli. Dopo aver lavorato per un certo periodo come tecnico informatico, ha deciso di licenziarsi per dedicarsi a tempo pieno all’agricoltura. Non con l’obiettivo di trasformarla in un professione, ma con quello di garantirsi quanto più possibile l’autosufficienza alimentare. Quella di Devis è quasi una scelta politica, un progetto personale di decrescita e frugalità. Devis Bonanni ha condiviso le riflessioni sul suo percorso di vita nel bel libro Pecoranera, pubblicato nel 2013 per Marsilio.

Qualsiasi scelta di vita è un po’ come trovarsi davanti una biforcazione e scegliere una strada piuttosto che un’altra, con relativi vantaggi e svantaggi. Riguardo il tuo percorso, cosa ti ha dato o tolto finora?

Mi ha tolto la possibilità di fare un acquisto senza farmi domande sulle conseguenze. Se inizi a scegliere una volta poi sceglierai ogni giorno e questo alla lunga si rivela un impegno faticoso. Essere responsabili dentro un sistema dove solo l’uno percento delle possibilità di acquisto sono sostenibili è una lotta quotidiana. Per il resto non lamento nessuna mancanza materiale. Tutt’altro! Levare è stato per me liberatorio. Quando osservo certi orpelli che le persone si mettono addosso senza pensarci tiro un sospiro di sollievo. Levando vivere diventa più facile.

Di questi tempi i giovani si sentono ripetere da tutte le parti che licenziarsi è uno schiaffo in faccia a chi il lavoro non ce l’ha. Non importa se quel lavoro rende infelici e frustrati. Tu hai avuto il coraggio di farlo e dedicarti a una vita nuova. Cosa diresti a un giovane che odia il suo lavoro ma che non trova il coraggio di lasciarlo?

La fuga è sempre negativa, non bisogna mai scegliere contro ma scegliere per qualcosa. Chi ha aspirazioni “bucoliche” ha il dovere di mettersi alla prova. La rete WWOOF (World Wide Opportunities on Organic Farms) dà la possibilità di visitare e lavorare in piccole realtà di produzione biologica in Italia e nel mondo. E’ un modo per vivere per pochi giorni l’alternativa cui si aspira.

Hai la sensazione che la crisi stia portando la nostra generazione a rivedere i propri valori e stia favorendo scelte più guidate dalla passione?

Magari! La crisi è un’opportunità ma spesso si cercano strade diverse solo perché “il sistema” non paga più come una volta. Molti vedono l’agricoltura semplicemente come “un altro mestiere”, ammantato di fascino arcadico, mentre essere contadini oggi è una scelta di vita. Come per l’Expo 2015 rischiamo una gran confusione perché, sotto la bandiera del cambiamento qui e ora, non rimane spazio per un’attenta riflessione ed elaborazione sulle tematiche della sostenibilità. Parafrasando H.D.Thoreau dobbiamo essere Uomini Nuovi per compiere nuove azioni.

In cosa ti senti diverso da un contadino della Carnia di cinquant’anni fa?

Cinquant’anni fa uno era contadino per nascita e contingenze. Io ho avuto l’opportunità di scegliere. E ogni giorno devo capire quale genere di contadino essere, che metodi utilizzare. Settant’anni fa tutto era biologico ante-litteram e l’innovazione in agricoltura così come nell’alimentazione era lentissima. Oggi il contadino ha invece un ruolo centrale nel costruire a velocità vertiginosa il presente e l’immediato futuro dell’assetto alimentare mondiale.

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Pedro Rocha

Pedro è portoghese, ha studiato scienze ambientali all’estero, ha vissuto in Germania e ha lavorato in progetti di sviluppo in America Latina e altri paesi lusofoni. Dieci anni fa ha avuto l’idea di realizzare in Portogallo un progetto di agricoltura biologica chiamato Raízes (Radici). Ma questo è solo l’inizio della sua storia.

Si può dire che hai cambiato vita due volte: prima hai creato un’impresa di agricoltura biologica dal nulla, poi hai deciso di impegnarti all’interno di un nuovo progetto.

Fino a una decina d’anni fa non avevo la minima idea che un giorno sarei diventato un agricoltore. Poi è venuto il desiderio di creare un progetto personale ed è nato Raízes, che per 5-6 anni mi ha impegnato totalmente. Ma quando i ritmi di lavoro hanno iniziato a diventare poco sostenibili e l’obiettivo dei miei soci si è concentrato sempre più su una crescita del fatturato fine a sé stessa, ho deciso di abbandonare.  In seguito ho conosciuto un gruppo di persone che stava creando nella città di Porto una rete di scambi basati sull’uso di una moneta locale, l’ECOSOL. All’interno del gruppo, composto attualmente da più di 180 membri, si scambiavano già vari prodotti fatti in casa, biscotti, sapone, pane, yogurt, pasti vegan e altro, ma mancavano beni fondamentali come gli ortaggi. A quel punto si è pensato di creare una rete di orti urbani nei giardini dei membri. Abbiamo iniziato con terreni molto piccoli, in seguito ci è stato messo a disposizione uno spazio di un ettaro e nel frattempo continuiamo a ingrandirci. L’idea è creare delle ceste secondo il modello dei GAS, ma pagabili dai membri in ECOSOL, in modo da favorire la circolazione di beni e servizi tra i soci.

Dall’impegno in un progetto del genere come ricavi il tuo sostentamento?

Vista la mia esperienza pregressa, ho lavorato alla progettazione e mi prendo cura insieme ad altri degli orti della rete ECOSOL. In questo modo riesco a garantirmi e a scambiare alcuni beni, ma ne esistono ancora tanti di uso quotidiano che non sono ancora offerti dalla nostra rete. In più ci sono le bollette, l’affitto e molto altro. Allargando l’offerta di beni e servizi scambiati attraverso ECOSOL, pensa se ne facessero parte anche professionisti e artigiani, il progetto diventerebbe ancora più efficace. Un’altra idea è creare dei gruppi d’acquisto che comprino direttamente dai produttori in grandi quantitativi, abbattendo così i costi per i soci. Se il progetto continuerà a crescere, magari diventando una cooperativa, si potrebbe garantire alle persone più attive una sorta di salario minimo garantito. Oltre al mio impegno nel progetto ECOSOL realizzo anche corsi e laboratori legati all’agricoltura urbana, aiuto saltuariamente in un ristorante vegano in cambio di cibo e faccio altre piccole cose che, messe insieme, mi permettono di vivere semplicemente e felicemente.

Cosa hai guadagnato o perso uscendo parzialmente dal sistema?

Ho guadagnato sicuramente la soddisfazione di fare ciò che mi piace. Non c’è un minuto della mia vita in cui mi senta annoiato o abbia dei dubbi circa ciò che sto facendo. Cosa ho perso? Siamo tutti educati a seguire lo stesso modello: avere un ruolo attivo nel mondo del lavoro, una macchina, una famiglia, ecc. Se lo abbandoni è un po’ come tradire le aspettative della società e ci si può sentire tagliati fuori. Certo ci sono giorni in cui penso a ciò che ho lasciato, ma quando si battono nuove strade, non si può sperare di avere delle certezze.

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