Pensiero a pedali

Aiuto, sono finite le banane. Un parassita minaccia di far sparire dalle nostre tavole uno dei frutti più amati. E non c’è piano B

Pubblicato originariamente su Tuttogreen de La Stampa.

Le banane sui banchi del verduraio sono ormai diventate una certezza. Senza pensare troppo a come ci arrivano, sappiamo che sono lì ad aspettarci, e tanto ci basta. Tuttavia, presto potremmo ricevere una brutta notizia: son finite le banane.  

Verso la fine dell’Ottocento la banana divenne un prodotto di massa per l’esportazione, e immense porzioni di foreste del Centro America vennero sostituite da piantagioni di questo frutto. La varietà selezionata allora per la monocoltura fu la Gros Michel. Ma come capita quando si coltiva una distesa di piante geneticamente identiche, la comparsa di un parassita può avere effetti devastanti. La malattia di Panama, un’infezione dovuta a un fungo, comparve all’inizio degli anni ’20 e ben presto rovinò la produzione mondiale, lasciando i consumatori americani ed europei orfani delle banane. Non è un caso che una canzone di grande successo degli anni ’20 aveva come titolo proprio “There are no bananas”. A partire dagli anni ’50 si corse al riparo sostituendo la varietà Gros Michael con la meno pregiata Cavendish, più piccola, meno dolce e meno saporita, ma più resistente all’azione del fungo. Un po’ per caso, essa divenne la banana per eccellenza e rappresenta oggi il 99% delle esportazioni.

Peccato che anche la banana Cavendish abbia ora le sue gatte da pelare. Un altro fungo, il Sigatoka nero, si è diffuso in Africa e Sud America e può causare la perdita del 50% del raccolto. Per ora viene tenuto a bada con costanti e massicce dosi di pesticidi: con quaranta trattamenti all’anno, la Cavendish è una delle coltivazioni alimentari più trattate al mondo, con gravi conseguenze per la salute dei lavoratori delle piantagioni. Nel frattempo la malattia di Panama è tornata, questa volta sotto forma della razza tropicale 4 (TR4), che resiste ai pesticidi e colpisce anche le piantagioni di Cavendish. Secondo quanto riportato dalla pagina panamadisease.org, sono già andati perduti 10.000 ettari di coltivazioni tra Australia, Asia e Africa. Ormai è solo questione di tempo prima che raggiunga le piantagioni commerciali del Sud America.

Ciò non significa che le banane si estingueranno, sia ben chiaro. Tuttavia i danni alle piantagioni saranno tali da rendere impossibile soddisfare la domanda dei consumatori. “Al momento non abbiamo un ibrido che rimpiazzi la Cavendish, solo delle varietà meno sensibili alla malattia. Ma ciò può solo rallentare il punto di non ritorno”, afferma Gert HJ Kema, leader della ricerca sulla TR4 di Wageningen UR, il prestigioso centro di ricerca olandese. Creare nuovi ibridi resistenti ai parassiti non è facile, visto che le banane sono frutti sterili. Emile Frison, per dieci anni direttore del centro di ricerca Biodiversity International, racconta: “durante uno dei vari tentativi vennero impollinate 30.000 piante con varietà di banana selvatica. Si ricavarono 440 tonnellate di frutti, pelati uno a uno. In tutto ottenemmo 15 semi, di cui 5 germogliarono. Peccato che il risultato dell’incrocio fu una banana che sapeva di mela”.

“Oltre a essere estremamente insostenibile, una monocoltura globale per l’esportazione è un’autostrada per la diffusione del TR4. Abbiamo bisogno di nuove varietà di banana e a ciò si può arrivare solo attraverso efficienti programmi d’ibridazione. Ma la mia paura è che l’industria non investirà in soluzioni strategiche, manterrà la sua dipendenza dalla Cavendish”, conclude Kema. Ma se per noi in Europa ciò significherebbe rinunciare al nostro frutto preferito, per milioni di contadini e abitanti di Africa, Asia e Sud America vorrà dire la drammatica perdita di un fondamentale alimento base.

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This entry was posted on August 14, 2016 by in Alimentazione and tagged , , , , , , .
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